帕希尼揚的「皇家亞美尼亞」獲勝,帶來了難以逾越的和平承諾。


帕希尼揚的「皇家亞美尼亞」獲勝,帶來了難以逾越的和平承諾。
帕希尼揚在埃里溫的一次集會上-照片由亞歷山大·帕特林/安薩通訊社提供
投票結果確認了現任總理的職位。歐盟和美國為此歡欣鼓舞。莫斯科則不然,儘管它採取了外交姿態。

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在投票站,有人流下了眼淚。 「這是我們第一次真正能夠選擇誰來統治我們,」一位年輕女子激動地說。她離開位於亞美尼亞首都郊區諾爾諾克社區的投票站時,情緒激動。諾爾諾克社區坐落在山丘之間,由一些蘇聯時期的建築組成。在周日的選舉中,這滴眼淚顯得格外珍貴。儘管執政黨和反對派之間互相指責,但選舉總體上相對平靜,沒有發生任何特別事件。最終,即將卸任的總理尼科爾·帕希尼揚及其公民契約黨成功連任,贏得了49.8%的選票(議會105個席位中的64個)。

有些人認為,這的確是“民主的勝利”,也是自2018年以來該國政治體制改革進程的最終成果。當時,現任領導人(現已連任三屆)以一場被稱為「天鵝絨革命」的民眾運動崛起。 「這裡的一切都變得更好了:我們有了學校、道路和各種公共服務,」一位在西亞美尼亞省會城市阿爾馬維爾生活和工作的年輕教師強調。打擊寡頭政治勢力和腐敗、重組司法系統、提高教育行業的養老金和工資:這些都是帕希尼揚執政期間採取的措施,這些措施確保了他擁有穩固的支持率,尤其是在農村地區,正如本屆任期所再次證明的那樣,而且根據民意調查,他在50歲以上人群中也頗受歡迎。

但最近,納戈爾諾-卡拉巴赫問題——這塊位於阿塞拜疆境內的亞美尼亞飛地,在經歷了一系列武裝衝突(以及由此產生的難民潮)後,埃里溫最終在2023年失去了它——被提了出來,或者更確切地說,已經達到了一個轉折點。公民契約黨的領導人在其政治生涯早期就與主流民族主義路線結盟,如今他試圖將這段創傷轉化為對未來的願景:他所倡導的「真正的亞美尼亞」理論呼籲放棄所有領土主張,並與巴庫以及鄰國兼昔日宿敵土耳其實現和解。 「和平」的承諾(這是他競選時的口號)實際上預示著高加索地區權力平衡的歷史性重組,這毫不奇怪地讓國際投資者和各國政府感到不安:美國和歐洲正在慶祝選舉結果,而俄羅斯(儘管如此,俄羅斯在亞美尼亞仍然保持著強大的軍事和經濟存在)則不然——即使上週的威脅已經導致了更加外交化的氛圍。

因此,毫不奇怪,在亞美尼亞城市的街頭,有些人只用侮辱性的字眼來稱呼帕希尼揚。 「他出賣了我們的尊嚴,」一位自稱是卡拉巴赫戰爭老兵的老先生說。幾乎每個設有投票站的學校裡都掛著陣亡者的紀念畫像,提醒我們,如此近期發生的領土(以及象徵意義上的)損失,並非一場選舉勝利就能輕易抹去。事實上,反對派的表現令人失望:商人兼寡頭薩姆維爾·卡拉佩特揚(目前被軟禁)領導的新“強大亞美尼亞”黨獲得了超過23%的選票(29個席位),前總統科恰良領導的“亞美尼亞聯盟”獲得了超過9%的選票(12個席位);“繁榮亞美尼亞”黨則略低於其門檻(該黨要求)。投票率比上一輪增加了 10 個百分點,達到 58.9%:這是一個難以解釋的增長,但這肯定並不意味著即將卸任的執行官會獲得前所未有的壓倒性選票。

由公民契約黨領導的新政府失去了七個席位,因此將不得不面對實力雄厚且人數眾多的反對派——這將使其難以推進阿塞拜疆為完成和平進程而提出的憲法改革。帕希尼揚宣布勝選的方式卻絲毫沒有慶祝之意:這位總理在凌晨兩點舉行新聞發布會,當時計票工作仍在初期階段,之後他便參加了當天上午的議會會議,期間未受任何干擾。這與他標榜的和平綱領截然相反,他的綱領中經常出現雙手合十的心形圖案,他在影片和海報中也經常展示這一圖案。他的言論越來越有影響力,展現出一種日益強硬和果斷的措辭,有些人認為這是威權主義萌芽的跡象。

「近幾個月來,我們看到司法被濫用以達到政治目的的趨勢十分明顯,」非政府組織「無國界權利保護」主席阿拉克斯·梅爾科尼揚向《宣言報》證實。在競選期間,數十名反對派成員被捕。亞美尼亞已經做出了選擇,但其新的政治道路或許比表面上看起來更具挑戰性。

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帕希尼揚的皇家亞美尼亞,全心全意,追求平衡
Sostenitori del tycoon russo-armeno Samvel Karapetyan,照片 ApSostenitori del tycoon russo-armeno Samvel Karapetyan – Foto Ap
今日選舉:即將卸任的總理所在的政黨是奪冠熱門。三個有希望獲勝的反對黨被戲稱為「三頭並肩作戰的政黨」。

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尼可·帕希尼揚構思中的「真正的亞美尼亞」在夜幕降臨後,透過無人機群在首都上空組成圖像、色彩和符號,以煙火表演的形式呈現出來。

這就是即將卸任的總理兼公民契約黨領袖——在今天的議會選舉中民意調查顯示他是最受歡迎的候選人——決定在周五晚上於埃里溫市中心的共和國廣場結束他最後一次競選集會的方式。共和國廣場具有富有遠見的凹形建築,幾乎讓人聯想到這位候選人的「圖騰姿態」。

在無數影片和競選期間的許多場合,帕希尼揚都曾雙手合十比劃出心形——這一手勢後來被廣泛模仿,出現在從小型徽章到巨型LED雕塑的各種物品上。該黨的核心訊息始終強調需要建立一個“尋求和平”的國家,一個能夠認識到自身局限性並與鄰國(確切地說是一個“真正的亞美尼亞”,放棄對阿塞拜疆(儘管三年前雙方圍繞納戈爾諾-卡拉巴赫飛地的戰爭以暴力告終)和土耳其(至今仍背負著上世紀初種族滅絕的陰影)的領土主張(包括領土)的領土主張國家。

廣場上數以萬計的民眾似乎都深信不疑。 「我記得獨立之初我們遭受了多少苦難,但現在我們終於過著了和平的生活,」一位四十多歲的大學研究員說。 「他會贏,他會贏,」一位老人堅定地眨了眨眼,也表達了他對總理任期內提高養老金的滿意之情。然而,並非所有人都贊同整個方案:「與其他方案相比,這算是最不糟糕的,但它對那些我們之間還有未了結事務的國家做出了太多讓步,」一位學生辯解道。此外,在旨在緩和海外衝突的言論和表象之下,「公民契約」的領導人顯然對他在國內的對手並不寬容。

在周五的集會上,他幾乎是以憤怒的口號的方式,對他的對手提出了幾項指控:帕希尼揚將三個似乎有機會挑戰他第一名地位或至少渴望在議會中獲得席位的勢力(主要是“強大的亞美尼亞”、亞美尼亞聯盟和“繁榮的亞美尼亞”)定義為“三頭戰爭黨”。

亞美尼亞聯盟的前總統羅伯特·科恰良(原籍卡拉巴赫)在台上承諾,選舉結束後他將入獄服刑;而“強大亞美尼亞”的候選人、俄羅斯出生的億萬富翁薩姆維爾·卡拉佩特揚(與俄羅斯天然氣工業股份公司有商業往來)在2025年因一項有爭議的起訴而被軟化,與俄羅斯天然氣工業股份公司有商業往來)在2025年因一項有爭議的起訴而被軟化,該資產有了他一些前資產。

「天鵝絨革命(指2018年將現任總理推上台的抗議運動——編者註)是30至40歲一代人發起的反寡頭運動,他們的職業發展機會受到了阻礙,」尤利婭·安東尼揚教授向《宣言報》解釋道。安東尼揚教授研究了獨立後各種商人和前蘇聯權貴如何攫取國家資源的動態。 「因此,自那時起,尤其是在卡拉巴赫戰爭結束後,許多與俄羅斯有關聯的寡頭雖然施加了影響力,但他們對機構的控制力卻在減弱。此外,隨著司法系統的改革,我們看到越來越多的審判和調查針對他們展開。”

因此,今天的選舉代表著這些內部衝突的延續(使徒教會也參與其中,帕希尼揚希望對其進行更嚴格的控制),這些衝突也具有了國際意義:莫斯科對亞美尼亞施加壓力,封鎖亞美尼亞的食品供應,並隱晦地威脅埃里溫可能與歐洲和解,這絕非偶然。

另一方面,彷彿為了擺脫先前的邊緣化狀態,近來許多人開始關注亞美尼亞:首先是支持即將卸任的總理的川普領導下的美國,他們支持亞美尼亞與阿塞拜疆的和平進程;然後是布魯塞爾和歐洲各國領導人,他們保證為亞美尼亞提供投資和新的戰略地位。

與其說是選擇立場,不如說是發展假設。今天走上街頭的人們的聲音正在決定國家的未來——他們對邊境局勢或許有些不確定,但對迄今為止所採取的變革充滿信心。

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Vince l’«Armenia reale» di Pashinyan, una promessa di pace molto in salita
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Ai seggi a qualcuno scappa un lacrima. «È la prima volta che possiamo scegliere per davvero chi ci governa», dice commossa una giovane ragazza all’uscita dalle urne nel periferico quartiere Nor Nork, arrocco di palazzine sovietiche che si sviluppa sulle alture della capitale armena. È una “goccia” di emotività dentro una domenica elettorale che – al netto di accuse e contro-accuse fra maggioranza e opposizione – si svolge tutto sommato in un clima tranquillo e senza particolari incidenti, decretando la riconferma del primo ministro uscente Nikol Pashinyan e del suo Contratto civico che si aggiudica il 49,8% (64 seggi su 105 in parlamento).

SECONDO ALCUNI, si tratta appunto di una «vittoria della democrazia» e del coronamento di un percorso di riforma del sistema politico del paese che si è intrapreso dal 2018, quando il leader attuale (ora al suo terzo mandato) è salito al potere sull’onda di un movimento popolare noto come Rivoluzione di velluto. «Qui è cambiato tutto in meglio: abbiamo scuole, strade e servizi», ci tiene a far sapere con enfasi una giovane insegnante che vive e lavora ad Armavir, capoluogo di provincia nella zone occidentale dell’Armenia. Lotta all’influenza oligarchica e alla corruzione, riorganizzazione del settore giudiziario e innalzamento di pensioni e di salari nel campo dell’eduzione: sono alcune delle azioni intraprese da Pashinyan nei suoi anni di governo che gli hanno garantito un solido margine di consenso soprattutto nelle zone rurali, come ribadito da questa tornata, e, secondo i sondaggi, presso la fascia di popolazione ultracinquantenne.

MA NEGLI ULTIMI TEMPI si è aggiunta, o per meglio dire è arrivata a un punto di svolta, la questione del Nagorno Karabakh – exclave armena in territorio azero, che Yerevan ha definitivamente perso nel 2023 dopo una serie di conflitti armati (con relativi profughi). Il leader di Contratto civico, dopo l’allineamento alla linea nazionalista predominante degli inizi della sua carriera, ha allora cercato di trasformare questo trauma in una visione di futuro: la dottrina dell’“Armenia reale” da lui promossa prevede l’abbandono di ogni pretesa territoriale e una riconciliazione con Baku, nonché con la vicina ed ex(?)-acerrima nemica Turchia. Una promessa di «pace» (parola d’ordine della sua campagna elettorale) e, di fatto, il preludio a un riassetto storico degli equilibri nel Caucaso, che non a caso mette in fibrillazione investitori e cancellerie internazionali: gli Usa e l’Europa esultano per il risultato delle urne, la Russia (che comunque mantiene una forte presenza militare ed economica in Armenia) meno – anche se dalle minacce di settimana scorsa si è già passati a toni più diplomatici.

NON SORPRENDE dunque che per le strade delle città armene alcuni per nominare Pashinyan abbiano quasi solo epiteti ingiuriosi. «Ha svenduto la nostra dignità», sentenzia un anziano signore che si presenta come veterano delle guerre nel Karabakh. Gli stessi ritratti commemorativi dei caduti, presenti praticamente in ogni scuola che ospita i seggi, ricordano che una perdita territoriale (e simbolica) così recente non può essere facilmente spazzata via da una vittoria elettorale. Infatti, la prova dell’opposizione è tutt’altro che deludente: il nuovo partito Armenia forte dell’imprenditore e oligarca Samvel Karapetyan (agli arresti domiciliari) prende oltre il 23% (29 seggi) mentre l’Alleanza Armenia dell’ex-presidente Kocharyan oltre il 9% (12); appena sotto lo sbarramento, Armenia prospera (che chiede di ricontare le schede). L’affluenza è aumentata di dieci punti dalla precedente tornata, toccando il 58,9%: uno sbalzo difficile da interpretare, ma che di certo non ha significato una valanga di voti inediti per l’esecutivo uscente.

Il nuovo governo a guida Contratto civico, che perde sette seggi, dovrà dunque vedersela con avversari agguerriti e con buoni numeri – il che renderà tortuoso procedere alla riforma costituzionale richiesta dall’Azerbaijan per completare il processo di pace. L’annuncio al successo alle urne da parte di Pashinyan, infatti, è tutt’altro che festoso: il primo ministro lo rende pubblico con una conferenza stampa alle due di notte, quando lo spoglio è solo alle fasi iniziali, per poi partecipare già dal mattino a una sessione parlamentare, senza soluzione di continuità. È l’altra faccia del suo programma di pace condito dal simbolo delle mani giunte a forma di cuore che non cessa di esibire in video e manifesti: a parole si fa strada una retorica sempre più dura e decisa, che secondo alcuni è segnale di un incipiente autoritarismo.

«NEGLI ULTIMI MESI abbiamo visto una chiara tendenza alla strumentalizzazione della giustizia per fini politici», conferma al manifesto Araks Melkonyan, presidente dell’Ong Protection of Right without Borders. Nella corsa elettorale, si sono verificati decine di arresti presso le fila dell’opposizione. L’Armenia ha scelto, ma la sua nuova strada politica è forse più in salita di quanto potrebbe sembrare.

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L’“Armenia reale” immaginata da Nikol Pashinyan viene dipinta con un colpo di pirotecnia nel buio notturno, grazie a un nugolo di droni che nei cieli della capitale compongono immagini, colori e simboli.

È così che il primo ministro uscente e leader di Contratto civico – dato per favorito dai sondaggi alle parlamentari che si terranno nella giornata di oggi – ha deciso di chiudere il suo ultimo comizio elettorale venerdì sera nella centralissima piazza della Repubblica a Yerevan, con le sue visionarie architetture concave che quasi richiamano il “gesto-totem” del candidato.

IN INNUMEREVOLI VIDEO e in tanti momenti della sua corsa alle urne, infatti, Pashinyan si è mostrato a mimare la forma di un cuore con le mani giunte – figura poi ripresa e riprodotta dalle minute spille alle giganti sculture in led. Coerentemente il messaggio principale del partito si concentra sulla necessità di costruire un paese «che cerca la pace», che riconosce i propri limiti e persegue una dottrina di equilibrio realista con i propri vicini (un «Armenia reale», appunto, che lasci cadere le pretese, anche territoriali, nei confronti di Azerbaijan – con cui da tre anni è terminata seppur in modo violento la guerra sull’exclave del Nagorno-Karabakh – e Turchia – nei cui confronti pesa ancora l’ombra lunga del genocidio di inizio del secolo scorso).

Le persone in piazza, arrivate a decine di migliaia, sembrano convinte. «Mi ricordo quanto abbiamo sofferto nei primi anni di indipendenza, ma ora finalmente viviamo in tranquillità», afferma una ricercatrice universitaria sulla quarantina. «Vincerà, vincerà», ammicca deciso un anziano signore, anche sulla scorta della soddisfazione per gli aumenti pensionistici che il premier ha accordato durante il suo mandato. Non tutti, però, approvano l’intero pacchetto: «È il meno peggio rispetto agli altri, ma sta concedendo troppo ai paesi con cui abbiamo conti in sospeso», sostiene uno studente. Inoltre, sotto la superficie di una retorica e di un immaginario improntati allo smussamento dei conflitti all’estero, il leader di Contratto civico non si mostra certo tenero verso i suoi avversari interni.

DURANTE IL COMIZIO di venerdì, quasi a mo’ di iraconda cantilena, ha lanciato infatti diverse accuse nei confronti dei suoi oppositori: le tre forze che sembrano avere una qualche possibilità di contendergli il primo posto o quantomeno ad ambire a dei seggi in parlamento (Armenia forte, soprattutto, l’alleanza Armenia e Armenia prospera) vengono definite da Pashinyan «partito della guerra a tre teste».

Al candidato dell’alleanza Armenia, il già presidente del Paese Robert Kocharyan (originario del Karabakh) dal palco si è promesso il carcere dopo le elezioni; per quello di Armenia Forte, il miliardario con passaporto russo Samvel Karapetyan (in affari con Gazprom), invece già ci sono gli arresti domiciliari, arrivati in seguito a un’incriminazione controversa del 2025 che ha dato il via alla nazionalizzazione di alcune sue ex-proprietà come la rete elettrica.

«LA RIVOLUZIONE DI VELLUTO (movimento di protesta che nel 2018 ha portato al governo l’attuale primo ministro, ndr) è stata un rivolta anti-oligarchica di quella generazione di 30-40enni che vedevano le proprie possibilità di carriera bloccate», spiega al manifesto la docente Yulia Antonyan, che ha studiato le dinamiche con cui diversi uomini d’affari ed ex-pezzi del potere sovietico si sono impadroniti delle risorse del paese dopo l’indipendenza. «Perciò da quel momento, e soprattutto dalla fine delle guerre del Karabakh molti degli oligarchi legati alla Russia esercitavano influenza, la loro presa sulle istituzioni sta diminuendo. In più, con la riforma del sistema giudiziario, vediamo che si riescono ad aprire sempre più processi e indagini nei loro confronti».

Le elezioni di oggi rappresentano quindi una prosecuzione di questi conflitti intestini (in cui gioca un ruolo anche la Chiesa Apostolica, che Pashinyan vorrebbe porre sotto un maggiore controllo), che assumono inoltre una dimensione internazionale: non è un caso che Mosca stia esercitando la sua pressione, con un blocco dei beni alimentari armeni e con velate minacce su un possibile avvicinamento di Yerevan all’Europa.

D’ALTRA PARTE, come in un contraccolpo dalla precedente marginalità, negli ultimi tempi in tanti stanno puntando sull’Armenia: prima gli Usa di Trump (che ha appoggiato il premier uscente) col loro sostegno al processo di pace con l’Azerbaijan, poi Bruxelles e i leader continentali che garantiscono investimenti e un nuovo status strategico per il paese.

Più che scelte di campo sono ipotesi di sviluppo. Per bocca di chi sta in piazza oggi si decide della realtà della nazione – un po’ incerta per quanto succede ai propri confini, ma forse sicura dei cambiamenti intrapresi fin qui.

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